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Calcolatore d’impatti spaziali

Come salvarsi dall'impatto di un asteroide


Il 2012 si avvicina e c'è sempre qualche menagramo che annuncia impatti catastrofici con altri corpi celesti o altri cataclismi. Ma accanto ai menagramo ci sono anche i ricercatori seri che si pongono scientificamente il problema dei possibili danni causati dall'impatto di meteore, comete e asteroidi. Impatti grandi e piccoli sono già avvenuti nel corso della vita del nostro pianeta e anche in tempi storicamente recenti.

Il problema è insomma reale, ma quanto sono frequenti questi impatti, e che danni producono in base per esempio alle dimensioni o alla velocità della meteora? Se un asteroide colpisse il Monte Bianco, quanto sarebbe ampia l'area devastata? È una bella domanda per allietare la vostra pausa caffè.

Parlando seriamente, oggi abbiamo la tecnologia per rimediare al pericolo, se ci diamo da fare, ma prima bisogna sapere, tanto per cominciare, se c'è un limite di dimensioni sotto il quale non vale la pena di intervenire o se fa differenza se un asteroide cade in acqua o sulla terraferma.

Per facilitare questa selezione e divulgare il tema oggi c'è Impact Earth!, un sito dell'università Purdue, che vi permette di impostare il diametro dell'impattatore, la sua densità (a parità di volume, una cometa di ghiaccio farà meno danni di un macigno di roccia), l'angolo di impatto, la velocità della collisione (da 11 a 72 km/s) e il tipo d'impatto (in acqua o sulla terraferma). Poi potete immettere una distanza alla quale sperate di trovarvi e vedere che tipo di effetti verranno prodotti dalla vostra catastrofe ipotetica, sulla base rigorosa delle attuali conoscenze scientifiche.

Per esempio, secondo Impact Earth!, la cometa Hartley 2 recentemente fotografata dalla NASA, con un diametro stimato di 1300 metri e una densità poco superiore a quella del ghiaccio, se colpisse la Terra con un angolo di 45° alla velocità minima di 11 km/s, produrrebbe un cratere largo 10 km e profondo 500 metri, con terremoti locali e un'onda d'urto a 7000 km/h. Ma a 100 km di distanza i danni sarebbero relativamente modesti. Se cadesse in acqua, invece, a 100 km di distanza produrrebbe uno tsunami con onde alte da 48 a 96 metri. Un risultato decisamente poco intuitivo e da non sottovalutare, vista la grande estensione di mari e oceani rispetto alla terraferma che aumenta le probabilità di un impatto in acqua.

Tranquilli: la cometa Hartley 2 è a 20 milioni di chilometri e la sua traiettoria non incrocia quella del nostro pianeta, e non risulta che ci siano altri oggetti di grandi dimensioni che possano causare danni. Ma un giorno potrebbe capitare di trovarne uno, e allora è meglio essere preparati.
 
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Emulsioni

Che cosa accomuna cibi e preparazioni tanto diversi come il burro, la maionese, la panna, la margarina,  gli yogurt e la vinaigrette? Sono tutte emulsioni. La gastronomia ne è piena. Tutte contengono un grasso e dell’acqua, oltre naturalmente a tante altre molecole. Se il grasso è liquido a temperatura ambiente viene comunemente chiamato olio. Alcune sostanze, come alcol e acqua, si possono miscelare in qualsiasi proporzione. Grassi e acqua invece solitamente non ne vogliono sapere di mescolarsi. Tuttavia sottoponendo la miscela ad una forte agitazione, le goccioline di un ingrediente –la fase dispersa– possono distribuirsi nell’altro ingrediente –la fase continua–. Se sono le goccioline di acqua a disperdersi nel grasso, come ad esempio nel burro o nella margarina, si parla di emulsione di tipo w/o dall’inglese “water in oil”. Viceversa, con le goccioline di olio finemente disperse nella fase acquosa, si parla di emulsione o/w, “oil in water”. È il caso della maionese o della panna. Per poter essere utilizzate in cucina le emulsioni devono essere stabili, evitando quindi che il grasso e l’acqua in breve tempo si separino.

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Emulsione o/w stabilizzata da proteine denaturate
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Emulsione w/o stabilizzata da proteine denaturate

La formazione di una emulsione viene facilitata dalla presenza di emulsionanti o surfattanti, molecole che possiedono una parte affine all’acqua e una parte affine ai grassi. Il comune detersivo ad esempio contiene emulsionanti. Le sue molecole circondano l’unto delle macchie e ne permettono la dispersione nell’acqua, e quindi la pulitura di vestiti o stoviglie. I detergenti non sono commestibili e non vengono utilizzati in gastronomia, ma esistono molte sostanze che possono fungere da emulsionanti. Le lecitine ad esempio, contenute nel tuorlo d’uovo e in altri alimenti, sono dei buoni emulsionanti, anche se spesso le emulsioni che formano non sono stabili a lungo (nell’industria alimentare le emulsioni devono essere stabili per mesi). Le proteine sono ottime emulsionanti, e molto utilizzate in gastronomia dato che sono commestibili. Srotolandosi durante la denaturazione si possono disporre all’interfaccia tra le due fasi, orientando le zone idrofobiche (che “odiano” l’acqua) verso il grasso, e le zone idrofile (che “amano” l’acqua) verso l’acqua. La maionese è stabilizzata, oltre che dalla presenza delle lecitine dell’uovo, anche dalle varie proteine presenti.

Le caseine del latte, le proteine del siero, dell’albume e quelle della soia sono emulsionanti largamente utilizzati dall’industria alimentare per produrre emulsioni stabili, ad esempio salse e dessert. Anche la gelatina, la comune “colla di pesce” è un buon emulsionante. Le proteine, oltre a separare le goccioline dalla fase continua, stabilizzano l’emulsione formando un film che mantiene separate le goccioline impedendone la coalescenza Anche dei polisaccaridi come amidi o pectine possono essere usati come emulsionanti.

La Vinaigrette

La vinaigrette è un condimento classico per l’insalata e un esempio di emulsione temporanea. Gli ingredienti principali sono l’aceto e l’olio. Se invece dell’aceto si usa il succo di limone abbiamo la citronette. Poco prima di servire si agitano vigorosamente le due fasi, con eventualmente sale, pepe e altri aromi, in un contenitore chiuso in modo da creare una emulsione che viene usata immediatamente per condire l’insalata. Questa emulsione però non è stabile e in pochissimo tempo le due fasi si separano.

Un emulsionante che viene spesso usato nella classica vinaigrette francese è la senape. Le particelle finemente suddivise di senape si depositano sulle goccioline all’interfaccia tra l’olio e l’aceto e stabilizzano, almeno temporaneamente, l’emulsione. Finché la quantità di olio è inferiore a quella dell’aceto, nella vinaigrette le goccioline d’olio si disperdono nell’aceto. Aumentando la quantità d’olio sarà quest’ultimo a diventare la fase continua e accomodare all’interno le goccioline di aceto. Una ricetta standard per questo condimento prevede da due a tre parti di olio per una di aceto. La fase continua grassa permette una buona distribuzione del condimento sulle foglie d’insalata. Se lo gradite potete sostituire l’aceto normale con quello balsamico o un altro aceto aromatico.

Se sostituiamo l’aceto con il succo di limone, in proporzioni variabili, e aggiungiamo un battuto di origano, prezzemolo, aglio e altre erbe aromatiche a piacere otteniamo una emulsione spesso utilizzata nel sud d’Italia per aromatizzare il pesce: il salmoriglio.

Altri cibi, come il gelato o la panna montata, sono emulsioni con l’ulteriore complicazione di un altro ingrediente: l’aria, che gonfia il prodotto finale.

Stabilità delle emulsioni

Le emulsioni, come chiunque abbia provato a fare la maionese in casa sa bene, si “rompono” molto facilmente. Sono strutture molto delicate e la loro stabilità può essere influenzata dal pH, dalla temperatura, dai sali disciolti, dall’agitazione e da molti altri fattori.

Aumentando la temperatura si favorisce la separazione perché i grassi diventano più fluidi. Al contrario, un raffreddamento, ma non un congelamento, può stabilizzare l’emulsione.

Vi sono molti modi in cui una emulsione si può destabilizzare. Ad esempio la fase dispersa può muoversi verso la superficie, come accade ad esempio con il latte appena munto e non omogeneizzato. Le goccioline di grasso “affiorano” e questo era il modo utilizzato una volta per separare la panna.

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Oppure le goccioline possono unirsi tra loro e ingrandirsi pian piano, tramite un effetto di coalescenza

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Tralascio di raccontarvi tutti gli altri modi in cui una emulsione si può “rovinare”

Gli ingredienti

Gli ingredienti di una emulsione sono quattro: acqua, olio, un emulsionante e energia (solitamente energia meccanica).

Quanto olio è possibile emulsionare in una certa quantità di acqua? Una teoria semplificata assume che le goccioline di olio siano tutte grandi uguali e perfettamente sferiche. Se le sfere si impaccano nella maniera più densa possibile, dove una sfera ne tocca altre dodici, il volume totale delle sfere occupa circa il 74 per cento del volume totale. Questa è la percentuale tipica dell’olio in una maionese. Tuttavia le sferette nella realtà non sono tutte uguali e non sono rigide, ed è possibile arrivare anche a percentuali di olio vicine al 90 per cento. L’emulsione però in questo caso è estremamente instabile.

Le goccioline hanno un diametro dell’ordine del micrometro (un millesimo di millimetro). Le dimensioni sono tali da diffondere bene la luce, ecco perché molte emulsioni sono opache e biancastre, anche partendo da liquidi perfettamente trasparenti. Anche la viscosità aumenta notevolmente, rispetto a quella dei liquidi puri, a causa dell’interazione e la frizione tra le varie goccioline.

Questa era la teoria. per la pratica ci risentiamo fra un po’ ;-)

Bibliografia

Showing Emulsion Properties with Common Dairy Foods
Carlos Bravo-Diaz and Elisa Gonzalez-Romero
J. Chem. Educ., 1996, 73 (9), p 844

The chemical physics of food
J. N. Coupland
Chapter 1: Emulsions

Food Emulsions: Principles, Practice, and Techniques
D.J. McClements
CRC Press

Dario Bressanini

eBay e embargo verso l’Italia delle spedizioni dai venditori in Cina

Oggi sono stato per l’ennesima volta vittima della fobia italiana dei venditori ebay cinesi. Ho acquistato una custodia subacquea per il mio HD2, che però purtroppo prima non stava arrivando affatto, e quando, dopo più di 40 giorni (vicino ai 45 massimi per il reclamo paypal) è finalmente arrivata, si è dimostrata incapace di trattenere [...]

Google offre ricompense a chi trova vulnerabilità nei suoi servizi

Google offre ricompense a chi trova vulnerabilità nei suoi serviziSe a tempo perso coltivate l’hobby di cercare vulnerabilità nei siti web di Google, sappiate che da oggi il colosso informatico offre anche un modo per monetizzare questo passatempo che sicuramente molti di voi avranno.

L’annuncio dell’iniziativa arriva dal blog ufficiale dedicato alla sicurezza nelle applicazioni Google, dal quale apprendiamo che i premi andranno dai 500$ base fino a un massimo di 3.133,7$, passando anche per 1.000$ e 1.337$: maggiore la criticità del bug trovato, maggiore il premio che Google sarà quindi disposta a sganciare.

Il premio è valido sulle falle trovate nei siti *.google.com, *.youtube.com, *.blogger.com e *.orkut.com, per maggiori dettagli è possibile visitare il post dell’annuncio, mentre sul perché delle cifre delle due ricompense maggiori ci si può fare una cultura l33t.

Via | News.cnet.com

Google offre ricompense a chi trova vulnerabilità nei suoi servizi é stato pubblicato su downloadblog alle 14:00 di martedì 02 novembre 2010.

Il fondatore di Google Maps passa da Google a Facebook.

Rasmussen, uno dei fondatori di Google Maps e di Google Wave, da dicembre lavorerà per Facebook. In una intervista al Sydney Morning Herald ci spiega perché, dopo sei anni di collaborazione, ha fatto questa scelta che negli ultimi tempi anche altri colleghi hanno fatto. Secondo Rasmussen “Facebook è una di quelle compagnie che nascono una volta ogni dieci anni. Hanno già cambiato il mondo ma c’è ancora molto da fare. E credo che sia il posto giusto per me. Due o tre anni fa non avrei mai potuto immaginare che Facebook sarebbe cresciuta così tanto, non ci avrei mai scommesso.Credo che per me sia una grande occasione per imparare da Mark [Zuckerberg] e dal suo team.”

Rasmussen racconta di aver ricevuto una proposta di lavoro che diceva “Vieni qui, frequentiamoci per un po’ di tempo e vediamo che succede” che egli stesso definisce molto stimolante. Anche da Facebook fanno sapere che la compagnia non vede l’ora che Rasmussen inizi a far parte dei loro team di sviluppo e design. Da Google, Alan Noble intesse “ufficialmente” le lodi del suo ormai ex collega augurandogli il meglio per il suo futuro.

La decisione di Rasmussen nasce un paio di mesi fa, dopo la decisione di Google di eliminare il progetto Google Wave. Il progetto era partito tra enormi aspettative degli utenti grazie soprattutto alla sensazionale campagna portata avanti nell’attesa del rilascio, ma nonostante alcune interessanti caratteristiche la piattaforma Google Wave non è mai riuscita a decollare. Rasmussen dichiarò “Non dico che avrei scommesso la mia vita su quel progetto, ma tutta l’attenzione che creammo per illancio della piattaforma era basata su qualcosa di reale e concreto. Occorre del tempo prima che qualcosa di così diverso e innovativo trovi la sua strada, e credo che Google non abbia avuto abbastanza pazienza”.

Uno degli altri motivi che lo avrebbe spinto alla scelta è la dimensione ancora ridotta dell’azienda Facebook: uno staff di “soli” 2000 membri contro i 25000 che ormai conta Google. L’anno scorso il designer Douglas Bowman lasciò Google lamentando l’ossessione della compagnia per i dati e le inezie dichiarando “Ho discusso di recente sullo spessore che un bordo avrebbe dovuto avere: 3,4 o 5 pixel e mi è stato chiesto di portare prove per le mie tesi. Non posso lavorare in un ambiente simile.”

Rasmussen stesso sottolinea come l’offerta, sia economica che lavorativa, di Facebook sia stata troppo buona per poter essere rifiutata. Ovviamente non sono noti i particolari economici ma, considerando il valore in Borsa della compagnia e che gli impiegati vengono quasi sempre pagati anche con quote azionarie, i compensi potrebbero facilmente trasformare i nuovi dipendenti in multimilionari.

E la Wave? Che fine farà? Il suo creatore risponde “Non c’è intenzione ne da parte mia ne da parte di Facebook di intraprendere un progetto simile. Ma ho deciso di lasciare a quel progetto un paio di anni almeno di riposo. Spero che altre persone lo raccolgano e ne facciano meglio di quanto abbiamo fatto noi.”

Foto | Flickr
Via | The Sydney Morning Herald

Il fondatore di Google Maps passa da Google a Facebook. é stato pubblicato su downloadblog alle 08:00 di martedì 02 novembre 2010.

Emphasize the Productivity Boost to Convince Your Boss of Remote Work [Telecommute]

Remote work is a desirable working situation for many employees, but it can take some convincing to get your employer on board. Sure your boss can save money on office space and equipment, but productivity blog WebWorkerDaily suggests emphasizing telecommuting-related productivity boosts. More »


Find What’s Common Between Two Facebook Users

If you are a friend of someone on Facebook, you can always visit their profile page to know what’s common between you and that user. You’ll get know about your mutual friends as well the various pages on Facebook that are liked by both of you.

facebook_friends

Facebook recently extended this idea with the launch of Friendship Pages. Now you get to explore photographs in which both of you are tagged, events that you may have attended together, and every single word that was ever exchanged between you and your friend on Facebook through wall posts, status updates or comments.

If the friendship pages are not enabled for your Facebook account yet, you may use the following URL:

http://www.facebook.com/Xuser?and=Yuser

Replace Xuser and Yuser with their respective Facebook Profile IDs (or vanity names).

Facebook says that you’ll be able to see a friendship page if you are friends with one of the people and have permission to view both people’s profiles. That means, you can also explore friendship pages of a friend and a non-friend.

friendship pages on FacebookTo give you an example, I am connected with Om Malik who in turn is a friend of Sheryl Sandberg of Facebook.

Therefore, my friendship page with Om will be available at facebook.com/AgarwalAmit?and=OmMalik while a URL like facebook.com/Sheryl?and=OmMalik will display list of Facebook friends and likes common to both Om and Sheryl.

Opting Out?

Friendship Pages on Facebook are not exactly a privacy nightmare but if you would still like to opt-out, here’s a way.

Go to Account -> Privacy Settings and click “View Settings” under the Basic Directory Information section. Set the visibility settings of “See my friend list” and “See my interests and other Pages” to “Friends Only” and now strangers, even with one-degree of separation, won’t be able to see your data through Friendship pages.

Thank you Sartaj Anand for the tip.

Facebook    Twitter    Digital Inspiration @labnol

This article, titled Find What’s Common Between Two Facebook Users, was originally published at Digital Inspiration under Facebook, Internet.

Got Bigger Things to Do

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Submitted by: Unknown


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Comic for October 30, 2010

The Making of a Mind-Blowing DIY Sun Photo

This stunning portrait of the sun spread like hot plasma all over the internet yesterday. Wired.com spoke with artist and astrophotographer Alan Friedman to find out how he made it.

Friedman shoots the sky from his backyard in downtown Buffalo, New York. That means the usual celestial candidates — galaxies, nebulae, distant star clusters — are washed out by the glow of the city. But the sun is fair game, as long as the sky is clear and turbulence-free.

“I don’t care about sky glow at all,” Friedman said. “I just need atmospheric steadiness.”

On Oct. 20, Friedman hooked his telescope to a hydrogen-alpha filter, which selects a tiny slice of the visible light spectrum. Hydrogen, the chief component of the sun, radiates strongly in this deep-red light, letting both the sun’s outer layers and the feathery filaments that extend away from the disk show up in sharp detail (see photos below).

Until a few years ago, Friedman says, this kind of filter was only available for research-grade telescopes. They’re still not cheap — he got his for around $5,000. Friedman’s telescope, which he calls Little Big Man, is small but mighty. The light-collecting aperture is about 3.5 inches wide.

Instead of just snapping a photo, Friedman took 90 seconds of streaming video and selected only the sharpest frames. Each exposure captures about 900 frames, but Friedman threw all but 200 of them away.

In two separate 90-second videos, Friedman zoomed in on the edge of the solar disk to capture wisps of gas arcing along loops of the sun’s magnetic field, plus sunspots and the detailed churning of the sun’s atmosphere.

Then he inverted the images, making all the dark spots light and the light spots dark. This is an unusual thing for solar photographers to do, he says, but it gives a more authentic view of the sun.

“It’s hard to capture the feeling the eye would get looking at the sun without doing that,” he said. “It gives a sense of the sun that’s both powerful and closer to what you would actually see.”

Friedman’s camera shoots in black and white, so he also had to add in some color. Although generally he tries to keep his astrophotos as true to science as possible, he took some artistic liberties with the color choice.

“This was a Halloween image,” he said. The sun couldn’t be anything but orange.

Images: Alan Friedman

See Also:

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